venerdì 25 settembre 2009

I farabutti? Il 23%

Dopo una infinita polemica, è andato in onda Annozero. Con un direttore di rete a cui non piace la trasmissione, che "se dipendesse da me non andrebbe in onda". Con il principale collaboratore ancora senza contratto. Con il suo conduttore sulla graticola da sempre, solo perché fa bene il suo mestiere, e dopo essere già stato cacciato sette anni fa. La puntata, intitolata Farabutti, ha fatto il boom di share: 23%, con 5 milioni e mezzo di telespettatori. Con tutta la carne che c'era sul fuoco - lo scandalo Berlusconi-Tarantini, il caso Feltri-Boffo (con una bellissima intervista di Corrado Formigli ad un incazzatissimo Feltri), le denunce a Repubblica e Unità, la manifestazione per la libertà di stampa - evidentemente c'erano milioni di italiani che aspettavano con ansia Annozero per poter avere finalmente una informazione completa. O forse attendevano tutti con ansia di vedere Filippo Facci affermare che "in Italia c'è una forte limitazione della libertà di stampa". Se n'è accorto soltanto ora, Facci, che fino all'altro ieri scriveva sul Giornale di Berlusconi ("e non potevo scrivere nulla della Carfagna, mi censuravano", ha denunciato ieri il prode giornalista con le mèches) e che ora spala letame sul Giornale di Berlusconi solo perché il direttore Feltri, con cui si sta sulle balle da tempi non sospetti (per motivi spiegati in dubbia maniera e con molte balle al microfono di Formigli), lo ha cacciato via a calci nel sedere appena si è insediato. Di tutto potevo aspettarmi, tranne vedere Facci che denuncia il regime. Questa mi mancava proprio.

mercoledì 23 settembre 2009

Il Fatto, com'è fatto?

Ebbene, il gran giorno è arrivato. Questa mattina ha visto la luce un nuovo quotidiano (clicca qui per scaricarlo in pdf), fondato da Antonio Padellaro e una truppa di giornalisti provenienti da altre testate, tra cui Marco Travaglio, Peter Gomez, Luca Telese, Furio Colombo e Marco Lillo. Il Fatto quotidiano, testata rosso fuoco, grafica retrò e tiratura limitatissima: talmente limitata che, sebbene il sottoscritto ne abbia cercato una copia per tutto il quartiere, la spedizione mattutina è stata inutile. "Telefonate, protestate, hanno fatto tutta 'sta pubblicità e poi ne hanno mandato tre copie per ogni edicola. E' una vergogna!", ha sbraitato l'edicolante di via della Giuliana, Roma, quartiere Prati. "Pochissime copie, sono finite stamattina alle 7", dice con tono dimesso la signora del chioschetto di piazzale Clodio. D'altronde, che le copie sarebbero andate a ruba se lo aspettavano un po' tutti: tutti tranne editore e redattori, a quanto pare: "Abbiamo tirato, alla fine, centodiecimila (lo scrivo lungo, così fa impressione) copie - ha scritto ieri Telese sul suo blog - Il motivo? Piccoli passi, è la strategia del nostro amministratore, Giorgio Poidomani. Non possiamo sbracare, non possiamo sprecare. Meglio una copia esaurita, che una copia resa. E non per un puntiglio, ma perché questo giornale non ha finanziatori munifici. Ha i soldi degli abbonati, e ce li dobbiamo centellinare". Sacrosanto, per carità.
La linea politica del Fatto Quotidiano sarà, a detta del suo direttore, "la Costituzione della Repubblica", in questo periodo così tanto criticata, vituperata e calpestata. La sua peculiarità, non avere padroni né padrini, slogan già sentito quindici anni fa per un altro quotidiano "controcorrente": La Voce di Indro Montanelli ("Un unico padrone: il lettore"). Sulla quale scrivevano, peraltro, due collaboratori del Fatto Quotidiano: Marco Travaglio e Peter Gomez, allora giovanissimi, oggi molto affermati, e che in nome di questa nuova avventura hanno sacrificato i loro risparmi e i loro posticini sicuri a L'Unità e a L'Espresso. Padellaro, nel primo editoriale, ha insistito molto sulla mancanza di vincoli padronali, ed ha ricordato anch'egli che l'ispiratore della sua linea, oltre ovviamente ad Enzo Biagi (il nome della testata è un omaggio alla sua trasmissione), è e sarà proprio Montanelli e la sua Voce. Ora, potendo avere il privilegio di definirmi un esperto dell'argomento (causa tesi di laurea), mi trovo costretto a fare un paio di commenti:
1) il primo numero della Voce vendette 535mila copie. Di cui 90mila stampate in tutta fretta in mattinata e vendute nel pomeriggio a Roma e Milano. Montanelli fu tartassato di telefonate e "tirato per la giacca" da decine di lettori che non avevano trovato la copia in edicola, e protestavano per questo. "Il primo numero ormai lo avete perso, collezionate il secondo, il terzo e tutti gli altri", disse il vecchio Indro nell'editoriale del secondo numero. Considerando il precedente, e il fatto che il pubblico a cui si rivolge questo nuovo giornale è sostanzialmente lo stesso, perché tirare solo 110mila copie? Masochismo?
2) La Voce chiuse per vari motivi e alcune colpe. La principale colpa fu di aver creato una redazione faraonica senza badare ai costi: errore che Il Fatto Quotidiano non farà. Ma tra i motivi che portarono al fallimento, c'era la mancanza di pubblicità e la carenza di capitali da parte di quei piccoli azionisti che dovevano portare denaro liquido alle casse della società editoriale, la Piemmei. Gli industriali, per dirla con Montanelli, si comportarono da codardi, non volendo sfidare l'ira di quello che era appena diventato presidente del Consiglio. Dopo quindici anni, questo contesto può definirsi cambiato, ma in peggio.
Ce la faranno i nostri eroi? Ai posteri, l'ardua sentenza.

lunedì 21 settembre 2009

Attentato al pensiero unico

Negli ultimi quattro giorni siamo stati letteralmente bombardati da quello che Dexter definiva "incomprensibile": il cordoglio. Fiumi, badilate, quintali di cordoglio per i sei paracadutisti morti a Kabul, definiti "eroi", "patrioti" e via discorrendo: una specie di elogio del pensiero unico, l'apologia della lacrima finta, l'eroismo a pranzo con contorno di patate. E giù insulti a chi si permette di dire che sì, sono militari, sono morti mentre facevano il loro lavoro, mentre cercavano (cercavano) di aiutare il popolo afghano; ma che non sono eroi, gli eroi veri sono altri, sono i magistrati antimafia, sono gli operai che ogni giorno muoiono sul lavoro nel totale anonimato (se si esclude la voce di pochi coraggiosi, o qualche raro monito del Capo dello Stato). O peggio, a chi si permette di dire che sarebbe facile per tutti fare gli eroi per diecimila euro al mese. Queste sono infatti le retribuzioni ai soldati che vanno in missione, e non sono tutti in Afghanistan (anche in Kosovo, ad esempio, si guadagna bene), dove in otto anni di "missione di pace" (ovvero di guerra) i morti italiani si contano a malapena sulle dita delle mani: al contrario di quanto succede a inglesi e americani, che ogni giorno contano i caduti.
In questo contesto, se non si conosce davvero la realtà di quella zona, rischia di apparire come sciacallaggio il chiedere se sia ancora il caso di tenere lì dei soldati, alla luce non tanto dell'attentato di qualche giorno fa, quanto al fatto che le seconde elezioni "libere" siano state vinte con dei brogli inaccettabili, avvenuti quasi sotto il naso dell'Onu. E invece è quanto mai opportuno chiedersi non quale debba essere il ruolo dei soldati italiani a Kabul, né se ritirarli per non rischiare altre vite: è opportuno invece porre una riflessione nell'ambito delle Nazioni Unite sull'opportunità della presenza dei militari in Afghanistan, dato che in otto anni non solo sono morti a centinaia senza risolvere alcun problema (e senza neutralizzare i talebani), ma sono anche odiati e visti come il nemico assoluto dal popolo afghano, aizzato da chi ha vita facile a definirli "invasori" e "nemici della libertà". Ma se ci aspettiamo un impegno del genere dal nostro governo, così affezionato ai soldati da mandarceli anche nelle nostre città (nemmeno fossimo in Colombia), dovremo aspettare ancora a lungo.
Per carità, nulla contro i soldati italiani che vanno in quei posti. Ci sono certamente coloro che in missione ci vanno solo per denaro, ma fortunatamente sono una parte minoritaria. La maggior parte delle nostre truppe infatti è formata da persone coraggiose, che credono davvero in quello che fanno e sono davvero orgogliosi di servire la loro nazione: sentimento così raro, in questo Paese, soprattutto in questo periodo.

Amici di Barbara D'Urso


Guardando la prima puntata di Domenica Cinque, non avete notato quanti amici ha Barbara D'Urso? A giudicare dalle parole della simpatica conduttrice, quasi tutti gli ospiti sarebbero lì per "amicizia". Quindi, non li pagano? Gabriella Labate, ex bagaglino e moglie di Raf, lavora dietro le quinte, ma balla con i Modulo Project per "amicizia" con Barbara. "Mi ha fatto un favore" ha detto la presentatrice. E ci può stare, lavorano insieme, Gabriella ha già uno stipendio, il favore si è ridotto a ballare davanti a un pubblico (cosa che è abituata a fare) con un gruppo di ballerini che fortunatamente ballano e non sgambettano. Ma l'amico preferito da Barbara è, senza dubbio, Raoul Bova, di cui la partenopea conosce benissimo la suocera Anna Maria Bernardini De Pace. L'avvocato divorzista più famoso d'Italia ha spesso collaborato con Pomeriggio Cinque, dunque con la D'Urso. Ma che c'entra Raoul? "Ci legano una profonda stima e amicizia" dice lei. L'ospite conferma. Ma poi, Barbara gli chiede se il padre è ancora vivo. Un'amicizia così profonda che Barbara non sa neanche se i genitori di Raoul sono ancora in vita. Non è colpa della conduttrice. La televisione stravolge i concetti della vita di tutti i giorni. Basti pensare ad Amici di Maria De Filippi: dove gli amici si "scannano".

sabato 19 settembre 2009

Le presunte bufale targate GB


Quando si leggono i giornali inglesi, a volte non si capisce se alcune notizie sono vere, sono inventate o sono truccate. Qualche mese fa la Gran Bretagna e l'Europa intera si scandalizzarono davanti alla storia di Alfie, tredicenne fidanzato con una ragazza di 15 anni, che diventò papà. Tutti i siti del mondo ne parlarono, fu la storia del giorno. Peccato che fosse una bufala: la ragazza aveva una vita sessuale parecchio attiva, tanto da chiamare altri tre coetanei per il test del Dna, che assegnò la paternità ad un 17enne. E pensare che Alfie era felice, già diceva di volersi prendere cura della bimba con la benedizione di genitori e suoceri.
Ieri, caso ancora più clamoroso: un ragazzino di 12 anni che torna dalle vacanze e va a scuola vestito da ragazza, con lunghi capelli biondi con le trecce. Nel passare dalle elementari alle medie, pensava che nessuno lo avrebbe riconosciuto, e invece gli spietati ex compagni di classe hanno subito sparso la voce e il poverino (poverina?) è stato subito preso di mira. Ma la cosa più incredibile è l'atteggiamento di scuola e genitori, con la scuola che ha raccomandato agli insegnanti di trattare il baby trans come se fosse una ragazza, e i genitori che hanno protestato perché nessuno li aveva avvisati.
Terzo esempio: oggi, ancora il Sun pubblica in esclusiva la storia di un secondo baby trans, stavolta dell'età di soli nove anni. Stavolta, la scuola ha raccontato ai compagni della piccola Luxuria che il loro virile amichetto era stato sostituito da una dolce femminuccia: trucchetto che non ha funzionato, se si pensa che tutti i bambini sono tornati a casa ed hanno chiesto ai propri genitori come mai un bambino nel giro di un giorno era diventato una bambina. Ora, a parte la dubbia verosimilità della storia (davvero esistono genitori disposti a far cambiare sesso al proprio bambino di nove anni? Come può un pargolo che non è nemmeno arrivato alla pubertà "sentirsi" una ragazza?), mettiamo caso che fosse vero: come possono dei dirigenti scolastici degni di questo nome pensare di prendere in giro i loro alunni in questo modo?

Missione reality


La Tribù-Missione India è stata nuovamente rimandata. Questa volta, il problema non è la mancanza del prezioso visto per i concorrenti, ma la legge indiana. Satellite vietato, quindi, niente diretta. Ovvero, un reality inutile. E forse ci risparmiamo l'ennesima pagliacciata. Lo scopo del programma che dovrebbe condurre Paola Perego è quello di far integrare i partecipanti con le tribù di Goa, le quali, sicuramente, saranno state ben ricompensate anche solo per pensare di sopportare i nostri divetti viziati. Se la rideranno, gli indiani di Goa. Ma i nostri eroi sono preparati. Nena Ristic l'aveva detto: "Vi farò ridere". Piangono, invece, gli sponsor della tribù dei reality, pronti a rifornire gli armadi e i portagioie i loro "missionari" in India. Peccato che il regolamento del programma imponga ai partecipanti di vestirsi come gli indigeni del luogo. Affare sfatto.
Vittorio Marcelli, ex GF9, si porta la tavola da surf e magari anche le ghirlande hawaiiane. La sua collega mangiafuoco (e mangiareality) Siria De Fazio parte per "mangiare" anche le sue compagne d'avventura. L'ex gieffina, che ha pubblicamente espresso la sua preferenza per il genere femminile, ha detto subito di volerci provare con la Ristic, che ha replicato: "Ho marito e figli". Ovvero: etero e più che impegnata. Troverà altre donne. Fortunatamente, dal luglio scorso, in India l'omosessualità ha smesso di essere un crimine (punibile, nei casi più gravi, con l'ergastolo). Se questa Missione partirà, ci sarà da divertirsi e forse anche da vergognarsi. Il rispetto per una cultura diversa e lontana non viene dalle cartoline e dalla voglia di visibilità. Le tribù di quei luoghi vivono disagi "seri". E noi ci mandiamo la gente in villeggiatura con le telecamere appresso.
Sarebbe bello, invece, mandare le nostre facce da tv ad aiutare concretamente le popolazioni, insieme ai volontari. O, e questo sì che sarebbe divertente, mandarli a fare i venditori abusivi di rose, le colf e le badanti. Magari non si integrerebbero, ma gli extracomunitari che vivono in Italia avrebbero una Nina Moric o un Emanuele Filiberto di Savoia più solidali con loro.

venerdì 18 settembre 2009

Eccoci qua

Questo blog nasce come integrazione al nostro lavoro, quello di collaboratori del noto quotidiano Leggo e del sito internet correlato, Leggo.it. Quando si parla di televisione, cinema, musica o semplicemente di gossip, è difficile, infatti, riuscire a tenere a freno le proprie convinzioni, soprattutto riguardo a personaggi del mondo dello spettacolo dalle dubbie capacità artistiche ma, purtroppo, dal lauto conto in banca. Così, dopo aver più volte e con estrema difficoltà tenuto in tasca le nostre opinioni, abbiamo creato questo spazio per sfogarle, per farle vivere, e perché no, per condividerle con voi.
Ora vi chiederete: perché chiamare un blog Lato Di? A parte la scontata spiegazione delle iniziali dei nostri nomi, un altro motivo c'è; ma ovviamente, non saremo certo noi a svelarlo. Questo è un compito che spetta soltanto a chi diventerà un lettore affezionato di questo spazio: quando imparerete a conoscerci, non avrete bisogno di alcuna spiegazione, ma lo capirete assolutamente da soli.

Domenica Morabito
Domenico Zurlo