domenica 10 gennaio 2010

"Noi li curiamo"


La rivolta degli immigrati di Rosarno fa più paura della bomba fatta esplodere dalla 'ndrangheta nel palazzo della Procura di Reggio Calabria. Perché in quest'ultimo caso, si tratta dei padroni che fanno quello che hanno sempre fatto: comandano, con i mezzi che preferiscono (non il bazooka, questa volta, perché si tratta solo di un avvertimento). Nel caso degli extracomunitari africani, per lo più provenienti dal Ghana, si tratta di schiavi grandi e grossi che "alzano la cresta" e si ribellano ai latifondisti. "I calabresi sono cattivi" dice un temibile 'uomo nero'. Un altro spiega, però, che in Calabria non tutti li trattano come bestie: a Sibari, ad esempio, sono stati bene.
A Rosarno, gli africani si impegnavano a fare il lavoro nei campi che i calabresi si rifiutano di fare. "Piuttosto che lavorare come loro, 12 ore di sudore per 20 euro al giorno, noi preferiremmo rubare" ammette chi in questi giorni sta prendendo coscienza. Nessun calabrese, in nome dell'orgoglio, farebbe la doccia tra i pneumatici, dormirebbe in un silos, in condizioni inumane, accetterebbe l'ordine di sgobbare tutto il giorno per un padrone che lo vuole fregare.
"Non si poteva uscire più la sera, bevevano, facevano casino" si difendono gli abitanti del luogo. Un 'coraggioso' ha aggiunto: "noi li accogliamo, li curiamo". Li curiamo? Si parla dei braccianti provenienti dal continente nero come se fossero animali a cui lanciare un po' di cibo dentro la gabbia di tanto in tanto. "Li tratto benissimo, dò loro 30 euro al giorno e compro loro anche le brioscine" mi disse tempo fa una signora dei dintorni di Rosarno. Gli schiavi neri sono andati via, feriti nella dignità (e nella carne). La manodopera a basso costo, i calabresi la troveranno altrove (dai bulgari, magari). Adesso, i neri saranno accolti altrove, alcuni al Nord. Dove già si stanno preparando con la solita storia del "dobbiamo risolvere tutti i problemi del Sud". Gli immigrati di Rosarno hanno le spalle larghe, ma siamo noi italiani (e soprattutto i calabresi) a dover affrontare il male maggiore: il peso sulla nostra dignità e sulla nostra coscienza. Siamo stati i primi immigrati, sfruttati e discriminati, e abbiamo imparato solo a comportarci come i nostri padroni, con la nostra convinzione impressa nel DNA che mettere in difficoltà gli altri (anche con crudeltà gratuita) serva loro a farsi le ossa, a indurire la pelle. Un giorno, coloro che non verranno bruciati nei roghi delle loro case-lager, ci ringrazieranno.